Dalla pandemia in poi tra le preoccupazioni principali dei Ceo delle aziende mondiali c’è un tema ricorrente: la supply chain. Geopolitica, inflazione, interruzioni delle catene di rifornimento, normative Esg e il peso delle emissioni Scope 3 (quelle indirette che si verificano lungo l’intera catena del valore di un prodotto) sono preoccupazioni costanti.
Anche nei sondaggi condotti negli scorsi mesi da Kpmg tra i massimi dirigenti mondiali le catene di fornitura rientrano nella top 3 dei rischi per le imprese.
Il motivo è anche economico: mediamente nei contesti manifatturieri il 65% dei costi sono acquisti. Tutti d’accordo sui rischi (a volte imprevedibili, come quelli di matrice geopolitica), i dirigenti sembrano in linea di massima aver individuato le precauzioni da adottare: ottimizzare al meglio i processi, grazie all’AI ma anche alla process intelligence, la tecnologia che unisce l’analisi avanzata dei dati e il monitoraggio in tempo reale in un ‘Digital Twin’ dei processi di un’organizzazione.
Durante il workshop ‘Process intelligence: una nuova era per imprese e supply chain’ ne ha parlato il responsabile Value engineering per l’Italia di Celonis, Massimiliano Matacena.
“Avere la capacità di unire dati di processo e contesto di business riesce a valorizzare l’efficacia dell’intelligenza artificiale nelle imprese”, dice il manager dell’azienda che ha creato un sistema di process intelligence in cui gli AI agent (che si possono configurare e personalizzare con una suite chiamata AgentC) accedono agli stessi dati da sistemi diversi, suggerendo azioni da compiere, riducendo le attività manuali e il rischio di errori.
Secondo il country leader di Celonis in Italia, Andrea Carboni, “quando le organizzazioni accumulano 20-30 anni di inefficienze nei propri processi la process intelligence permette di depurarli, di usare tutti lo stesso ‘linguaggio’. Alla fine, arriveremo ad avere una sola lingua. Messaggi che daremo in pasto all’AI, che potrà dare determinati consigli o ispirare decisioni. Le persone potranno continuare a fare il proprio mestiere, cercando di efficientare i processi”.
In sostanza, senza la process intelligence l’AI non può rivoluzionare la gestione delle imprese e delle supply chain, né migliorare sensibilmente l’efficienza operativa e la competitività. Lo dicono i dati: secondo il Process Optimization Report 2025 della stessa Celonis, l’89% dei leader aziendali ritiene che l’intelligenza artificiale vada calata nei processi aziendali per approdare a risultati concreti.
La corsa è già iniziata: per migliorare i processi otto aziende su dieci prevedono di implementare soluzioni AI nei prossimi 12 mesi. Nel sondaggio contenuto nel report (intervistati 1.620 leader di aziende internazionali con un fatturato superiore a 500 milioni di dollari) sei manager su dieci già usano l’AI per migliorare l’efficienza operativa attraverso chatbot o assistenti GenAI.
Dal workshop organizzato da Fortune Italia e Celonis, al quale hanno partecipato i manager di aziende come Rovagnati, Fileni, Sunrise, De Nigris, Intercos, Chiapparoli, è scaturito un appello agli altri attori del settore: per entrare effettivamente in una nuova era serve collaborazione e condivisione di soluzioni.
Le sfide da affrontare
I temi che riguardano l’evoluzione delle supply chain moderne sono molto ampi, e passano dalla sostenibilità della filiera e le normative europee del settore, dall’utilizzo delle piattaforme di condivisione di dati e dalle possibilità predittive dell’intelligenza artificiale, fino alla filosofia local to local che sta ridisegnando le supply chain per limitare i rischi di propagazione delle disruption, ha spiegato durante il workshop Alberto Grando, professore di Operations & supply chain management della Bocconi.
Grando ha ricordato che il Rapporto Draghi spinge l’Europa a trovare la propria posizione tra Usa e Cina, e questo riguarda anche – e soprattutto – le catene del valore. Intelligenza artificiale e process intelligence non sono solo opzioni, ma necessità strategiche.
Il cambiamento però non si guida da soli: servono visione, leadership e una collaborazione aperta lungo l’intera catena del valore. Il compito dei lavoratori sarà quello di utilizzare nuovi strumenti e acquisire nuove competenze, ma saranno i vertici delle aziende a imprimere l’accelerazione decisiva.
Tre priorità per nuove supply chain
I rappresentanti delle aziende riuniti da Fortune Italia e Celonis hanno individuato le tre priorità su cui concentrarsi per fare in modo che la transizione avvenga nella maniera più veloce e sicura possibile, e le hanno condivise in un documento. Ecco una sintesi:
Mettere a terra le tecnologie
La prima esigenza da parte delle aziende è quella di eliminare la ‘confusione’ che regna intorno alla quantità di strumenti tecnologici a disposizione della gestione delle supply chain moderne. Bisogna fare maggiore chiarezza sulle tecnologie che possano davvero portare a una maggiore trasparenza e tracciabilità lungo tutta la catena del valore.
Competenze nuove, aziende nuove
In Paesi dove lavoro ed economia sono gravemente minacciati dall’inverno demografico, l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie sono una risorsa essenziale per proteggere imprese e lavoratori. Riqualificandoli.
Un’altra delle grandi sfide è la necessità di sviluppare competenze specifiche in ambito tecnologico, e questo riguarda tanto i lavoratori che il management.
Le organizzazioni devono assumersi dei rischi. Nella pratica, questo ‘change management’ passa dall’introduzione di ruoli nuovi e dalla riqualificazione di profili che altrimenti potrebbero essere espulsi.
Dati ‘visibili’
Il potenziale vero della process intelligence si sblocca solo se, lungo tutta la catena del valore di un prodotto, i dati relativi a quel prodotto vengono resi disponibili; se diverse imprese possono ‘vederli’.
La condivisione tra imprese passa naturalmente da cybersecurity, trasparenza e apertura dei dati – con un’orchestrazione che includa livelli diversi: persone, sistemi e processi.
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