Il presidente degli Stati Uniti: «Il 2 aprile entreranno in vigore nuovi dazi sui prodotti europei». Niente eccezioni, ma possibile «flessibilità»
«Il 2 aprile è il giorno della liberazione dell’America! Per decenni siamo stati derubati e abusati da ogni nazione del mondo, sia amica che nemica». Fino a poco tempo fa, chiunque avesse sostenuto che il Paese più potente al mondo sia stato depredato da ogni nazione presente sul globo terracqueo, avrebbe ricevuto come risposta una sonora risata. Ma Donald Trump è stato in grado di promuovere un senso di vittimismo nei suoi sostenitori che non ha bisogno di fare i conti con la realtà. E così, il 21 marzo, il presidente degli Stati Uniti ha commentato in questo modo la data nella quale entreranno in vigore i dazi su una serie di prodotti importati negli Stati Uniti provenienti da diversi Paesi, tra cui l’Unione europea. «Ora è finalmente giunto il momento per i buoni vecchi Stati Uniti di riavere indietro un po’ di quei soldi e di rispetto», ha detto il presidente.
Quali prodotti europei Trump colpirà?
Ma quali saranno i prodotti europei che verranno colpiti il 2 aprile? E di quanto sarà la percentuale della gabella? Difficile dirlo al momento. Trump ha suggerito che potrebbe esserci una certa «flessibilità» nel modo in cui verranno imposti i dazi, ma allo stesso tempo ha anche lasciato intendere di non voler accogliere molte richieste di esenzione. «Le persone vengono da me e parlano di dazi e mi chiedono se possono avere delle eccezioni», ha detto il presidente rispondendo ad una domanda sulle tariffe nello Studio Ovale. Ma «una volta che lo fai per uno, devi farlo per tutti». Quindi, sì a una certa flessibilità, ma nessuno speri di essere esentato. «E’ fondamentalmente una strada a doppio senso», ha spiegato Trump. Secondo il suo ragionamento, l’imposizione di queste tasse è un processo equo, ma anche una ritorsione: «Imporremo qualunque cosa ci imporranno. Faremo qualunque cosa ci faranno», ha sbottato.
I conti di Trump
Come sappiamo, dal suo ritorno alla Casa Bianca, il 20 gennaio scorso, Trump ha sostenuto l’introduzione di dazi per correggere quelli che considera deficit commerciali ingiusti per Washington e anche come misura di pressione nei confronti di Messico, Canada e Cina affinché riducano il flusso di fentanyl in entrata nei confini degli Stati Uniti. Trump stima che la sua politica stia già dando risultati. «Non ho abbastanza tempo per tenere così tante conferenze stampa, ma direi che, finora, almeno 4 miliardi di dollari provengono dalle aziende automobilistiche. E, cosa ancora più importante, molte di quelle che avrebbero dovuto produrre in Messico o Canada ora lo faranno qui perché non voglio veicoli dal Canada o dal Messico», ha detto Trump ignorando, di fatto, l’allarme lanciatogli la settimana scorsa dalla Tesla di Elon Musk, che aveva scritto all’ufficio del commercio per avvertire che le tariffe promesse dal presidente potrebbero rendere più costosa la produzione di veicoli negli Stati Uniti.
Bce: «Dazi del 25% bruceranno lo 0,3% di crescita per la Ue nel primo anno»
Se Trump andrà fino in fondo con le sue minacce, i contraccolpi per l’economia europea saranno pesanti. La Bce ha fatto sapere che i dazi Usa del 25% sull’import europeo «ridurrebbero la crescita dell’area dell’euro di circa 0,3 punti percentuali nel primo anno», mentre i contro-dazi Ue porterebbero l’impatto «a circa mezzo punto percentuale», come ha avvertito la presidente Christine Lagarde. Bruxelles, intanto, ha deciso di rinviare l’entrata in vigore delle risposte ai dazi di Trump su acciaio e alluminio dell’Ue; in parte per allineare l’avvio di tutte le misure europee e farle partire da metà aprile (mentre proseguono i contatti con gli Stati su come saranno esattamente congegnate), in pratica per dar più tempo a un possibile negoziato con Washington.
Il piano italiano anti-dazi
E l’Italia? Per ora si barcamena tra il trovare una strategia per l’export italiano che compensi gli eventuali contraccolpi generati dai dazi (l’export verso gli Stati Uniti vale da solo il 10%) e la scelta della premier Meloni di voler continuare ad avere un dialogo con gli Stati Uniti. Lo sguardo, dunque, ora è rivolto ai mercati extra-Ue ad alto potenziale, con un Piano d’azione presentato il 21 marzo a Villa Madama dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’obiettivo è arrivare a 700 miliardi di export entro fine legislatura, partendo dai 623,5 miliardi attuali, puntando su mercati emergenti come Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Mercosur (specialmente Messico e Brasile), Balcani occidentali, Africa e Paesi Asean (su tutti Thailandia, Indonesia e Vietnam). I mercati emergenti, in fondo, già oggi coprono il 49% del nostro export globale, «ma si può fare ancora di più», dice Tajani.
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