Calo record delle nascite, come si inverte la rotta. “Meno bonus e più sostegni reali”


Roma, 1° aprile 2025 –  Quali sono le conseguenze principali per l’economia e la società delle tendenze demografiche che emergono dai dati Istat?

“Il problema principale è quello degli squilibri nel rapporto tra generazioni: tali squilibri sono tra i peggiori in Europa e sono arrivati al punto tale che oggi abbiamo meno nati che 85enni – avvisa Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia alla Cattolica di Milano –. Ma il problema non è di per sé l’invecchiamento. Il vivere a lungo va considerato un aspetto positivo che condividiamo con i Paesi più sviluppati. Quello che conta per le persone e per la sostenibilità sociale è la qualità di vita in più, che va quindi favorita attraverso politiche che consentono alle persone di tenersi attive e in buona salute”.

Come questo scenario, allora, diventa un problema per l’Italia?

“Il problema, che crea uno svantaggio competitivo per l’Italia rispetto agli altri Paesi, è piuttosto il degiovanimento, ovvero la riduzione inedita e accentuata dei giovani, a causa sia della bassa natalità sia della fuoriuscita verso l’estero”.

Con quali effetti?

“Le conseguenze del degiovanimento sono tre. La crescente difficoltà delle imprese a trovare manodopera ben formata per innovare e far crescere in modo competitivo il sistema produttivo. Le minori entrate per finanziare il welfare pubblico, comprese pensioni e sanità, attraverso tasse e contributi. La carenza di personale che fa funzionare i servizi sociali per i cittadini. Nel complesso si va quindi verso un indebolimento della capacità di crescita economica e una difficoltà a rendere sostenibile il sistema sociale”.

Quanto incide sul trend negativo e drammatico questa età dell’incertezza e della paura che viviamo?

“Esiste un’incertezza generalizzata nei confronti del futuro subita dalle nuove generazioni, che frena le scelte impegnative e responsabilizzanti come quella di avere un figlio. Crisi economica, impatto della pandemia di Covid, conflitti e riscaldamento globale generano un profondo senso di insicurezza. Varie ricerche evidenziano, però, che nei contesti in cui i giovani percepiscono di aver supporto e attenzione attorno a loro – con politiche adeguate per realizzarsi nel lavoro e nei progetti di vita – l’incertezza può essere contenuta e la fecondità risulta meno bassa”.

Il governo punta a invertire la tendenza con interventi fiscali e di conciliazione: quanto e come possono incidere?

“Il sostegno economico deve andare oltre la logica dei bonus e dimostrare di essere un solido e concreto aiuto a tutti i nati a sostegno della loro crescita. Per quanto riguarda gli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia, come i nidi, devono essere disponibili su tutto il territorio e accessibili a costi bassi, e implementati in coerenza con esigenze dei territori come punto di partenza di un percorso educativo di qualità. La conciliazione deve però anche associarsi alla condivisione dei ruoli all’interno della coppia”.

Che cosa, invece, potrebbe servire per invertire la rotta?

“Se non si interviene anche sul sostegno all’arrivo del primo figlio e non si coinvolgono i padri, le politiche familiari risultano nel complesso deboli e poco efficaci. Siamo il Paese in Europa con età più tardiva alla prima maternità e con maggior carico di cura sulle donne. Va quindi potenziato il congedo obbligatorio di paternità, fermo in Italia a 10 giorni, e vanno migliorate le condizioni per i giovani di ingresso nel mondo del lavoro, di adeguato salario e di accesso ad una abitazione. Serve, in combinazione con tutto questo, anche una miglior gestione dell’immigrazione e delle condizioni di integrazione. L’immigrazione da sola non risolve gli squilibri demografici ma può dare un contributo rilevante”.



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