Quando l’economia è ingiusta. Il focus di Giuseppe Rocco – WWWITALIA


La finanziarizzazione dell’economia è calata dal cielo con l’avvento spietato della globalizzazione, sotto la totale miopia o sonnolenza degli Stati. Tutti tacciono e sopportano. Per mutuare una battuta del filosofo Hannah Arendt, la finanza senza briglie si nutre dell’accettazione silenziosa del male. Ignoranza, pregiudizio e amoralità continuano a manifestarsi nella Borsa valori.

Certo che la vita economica impone sacrifici, vincoli e obblighi di varia natura. Come una sorta di tela variopinta, il pianeta mostra i suoi colori differenziati dal progresso e dalla ricchezza; nel contempo un processo di unità accomuna tutti i popoli a seguito dell’affermazione della globalizzazione

Ricordando il padre ufficiale della scienza economica, Adam Smith, questi era innanzitutto un professore di morale, fortemente influenzato da agostinismo, come tutta la tradizione scozzese. I fondatori del positivismo, come Claude-Henri de Saint-Simon e Auguste Comte sono dei moralisti impenitenti, al punto da invocare una religione economica dell’umanità. Indi Karl Marx rivolge un anatema sulla ingiustizia del mondo, in cui l’alienazione religiosa diventa alienazione totale perversa e insidiosa. Nessuno di costoro indica una soluzione, tranne Marx, ma l’abolizione del sistema capitalistico mediante rivoluzione non è soddisfacente. Quindi l’etica si trova in una società globalizzata senza una legge, tranne quella del mercato; in tal modo il trionfo dell’economia e soprattutto della finanza, con il suo emblema falsamente innocente, ossia il denaro, seppellisce l’inquietudine relativa ai valori e fa tornare i conti nella nostra vita quotidiana.

Partendo dalla genealogia della disciplina, si evidenzia il paradosso fra la pretesa etica e l’indifferenza pratica, con una coniugazione immaginaria che lascia la bocca amara.

La cultura è un insieme complesso di significati, espressi in simboli, grazie ai quali gli esseri umani comunicano e trasferiscono ad altri conoscenze ed abitudini. Attraverso questa attribuzione di un significato sociale al mondo e alle cose, si crea un processo circolare di esteriorizzazione (oggettivazione) e interiorizzazione (appropriazione) dell’esperienza umana. La cultura è quindi il lato espressivo della vita umana. Infatti attraverso comportamenti, oggetti, parole e altre cose della vita quotidiana, gli individui tentano di comunicarsi qualcosa, che altrimenti non sarebbe minimamente esprimibile.

La cultura è una legge non scritta, che vincola gli individui al proprio gruppo di appartenenza e lega i differenti gruppi, costruendo e rinsaldando relazioni di interdipendenza. La cultura è sempre anche principio di interpretazione e innovazione del mondo in cui si abita.

Ciò detto, l’economia reale è la branca di produzione dei beni tangibili ed è costituita da un insieme di attività eticamente superiori, volte ad accrescere il benessere materiale e a nobilitare i singoli attraverso il lavoro. La finanza, rappresentata da pezzi di carta, appare invece eticamente ed ontologicamente spregevole, in quanto succhia il sangue dei produttori per ingrassare cinici esattori di metaforici pedaggi, propala informazioni distorte, distrae le forze migliori dalla produzione di oggetti utili per attrarli in luoghi di perdizione, come le banche e i mercati finanziari, nel rapporto fra economia reale e finanza, quest’ultima rappresenta un mezzo. Negli errori, probabilmente voluti dagli speculatori, nel paradigma economico dominante consiste nell’inversione fra mezzi e fini. Più un mezzo è potente, più esso tende a essere riconosciuto e percepito come fine. In un contesto come quello attuale in cui la finanza è pervasiva, potrebbe diventare dominante e da mezzo diventare fine. Con la crisi globale del 2008, gli strumenti derivati per la cartolarizzazione dei mutui subprime sono diventati talmente pervasivi da trasformarsi da mezzo a fine. Come la storia ha confermato, la prevalenza della finanza sull’economia reale e quindi della rendita di capitale sul reddito da lavoro, ha creato una inversione dell’ordine naturale fra mezzi e fini, causando danni, derive e crisi. Il ruolo principale della finanza è di finanziare progetti imprenditoriali.

La globalizzazione incombente ha determinato la dittatura dei mercati finanziari, il fallimento politico degli Stati, la minaccia di una tecnoscienza incontrollata, che sta comportando una crisi morale. Di conseguenza le ditte transnazionali diventano i nuovi padroni del mondo al punto da asservire Stati, sindacati, partiti, media, eserciti e mafie. A comprova, prima del clamoroso fallimento, la società americana Enron ha finanziato la campagna elettorale di due candidati alla Casa Bianca, in particolare quella di Bush Jr, al quale la compagnia era particolarmente legata. Tra l’altro, le autorità di sorveglianza hanno a lungo evitato di vedere pratiche dubbie e persino fraudolente.

I casi di corruzione e di scarso controllo su società di grosso calibro sono tanti. Lo stesso accordo imposto dall’OMC sulla proprietà intellettuale a vantaggio delle case farmaceutiche transnazionali che detengono i brevetti, impedisce ai paesi del Sud di commercializzare copie a buon mercato di medicine indispensabili. La mancata etica investe tutto il mondo, anche l’Italia, Le ricerche condotte dall’Istituto Ramazzini nel castello di Bentivoglio in provincia di Bologna, hanno segnalato la gravità della presenza di aspartame in alcune confezioni farmaceutiche. Le case farmaceutiche non hanno provveduto ad eliminare il dolcificante, dichiarando l’efficacia dell’ingrediente.

All’insegna del laissez faire, la finanza continua a danneggiare ignorando il capitalismo manovratore. Nel modello capitalistico anglosassone, la maggiore fonte di finanziamento per le imprese sono i mercati finanziari. Le quote societarie sono divise nella modalità dell’azionariato diffuso, ovvero la maggioranza è divisa fra un gran numero di piccoli azionisti, che tendono a detenerle per un tempo limitato. Nei sistemi di questo tipo l’amministrazione è affidata a professionisti che agiscono in autonomia ed hanno tutte le responsabilità legali. La proprietà dell’azienda è separata dall’amministrazione.     

Fra i modelli di capitalismo quello Anglosassone è stato il vincente.  Sviluppatosi soprattutto in Olanda, Gran Bretagna e Nord America, ha portato ottimi risultati in termini di crescita economica ed ha prodotto le aziende più competitive a livello globale. Le società sono obbligate ad essere molto trasparenti con gli investitori, dovendo pubblicare una vasta gamma di dati raccolti seguendo metodi ben definiti. In questo modo è più facile riconoscere realtà davvero promettenti, facendo sì che i capitali investiti abbiano più probabilità di fruttare e non andare sprecati.

Inoltre abbiamoil modello di capitalismo Renano, il quale prevede che siano i maggiori azionisti delle aziende a stanziare i fondi necessari. La principale fonte di finanziamento, quindi, sono i capitali degli stessi proprietari, che sono soprattutto investitori istituzionali, come banche e fondi di investimento. I consigli d’amministrazione sono controllati da questi gruppi ristretti con quasi ogni membro che detiene quote di diverse importanti aziende. Per questa ragione il modello Renano è quello nel quale si verifica la maggiore collaborazione fra imprese. L’amministrazione operativa è affidata a manager professionisti, che però sono affiancati da rappresentanti del Cda. Si è affermato in Germania e in Giappone.   Tale modello è molto efficiente nel far prosperare grandi aziende in settori tradizionali ma non è molto funzionale per le imprese innovative e, in generale, per la media impresa.

Infine si aggiunge il modello Latino, in cui il ruolo dei mercati finanziari come quello degli investitori istituzionali è molto limitato. La maggiore fonte di finanziamento per le imprese sono i prestiti dalle banche. Il modello amministrativo più diffuso è quello di un unico grande azionista, che può essere una persona o un gruppo di privati con interessi comuni nella società. Il proprietario tende ad esercitare un controllo diretto sulla sua azienda con i ruoli gestionali spesso non definiti in modo rigido.  Nel modello latino, al contrario di quello Anglosassone, la proprietà ed il controllo di una società coincidono. Il modello Latino, diffuso in Paesi come Spagna, Italia, Francia e Grecia, favorisce la nascita di un gran numero di imprese. Queste, tuttavia, faticano a trovare abbastanza finanziamenti per crescere in poco tempo. 

Il capitalismo ha registrato la sua esplosione con la caduta del muro di Berlino. L’immaginario collettivo ha creduto che il ridimensionamento dell’economia collettivizzata ha lasciato il campo libero al capitalismo e pure al liberismo, dimenticando che Il problema non è manicheo. Infatti la base liberistica ha un senso, ma tutti gli effetti negativi vanno bloccati, attuando un regime socialista con una base liberale.

Nell’acquisizione del modello capitalistico, appaiono diverse simulazioni con la falsa carità. Accogliendo tale sistema, bisogna lasciare che i poveri subiscano le leggi naturali nel loro contesto e compiacersi del gran numero di figli dei poveri meritevoli per ricompense della società.

Come superare il business dalla morale? Questa è la sfida mossa all’economia politica e attraverso di essa al capitalismo trionfante. Adam Smith propone una scissione fra le figure, ma la realtà è più difficile. Per Smith, gli affari economici obbediscono ad un ordine spontaneo, di altra natura, fondato sull’utile. Le attività economiche hanno la loro giustizia che sfuggono ai sentimenti morali. Qui arriva la contraddizione, dovuta alla legge sciagurata del mercato. Se una grossa azienda che assicura lavoro in una circoscrizione chiude la fabbrica per aprirne un’altra in località diversa e remota, ove il costo della vita è basso, pone una questione morale, perché l’imprenditore non si fa scrupolo del destino dei licenziati e neanche dell’impatto sociale sulla zona, ma bada solo al profitto. Per Smith è illusorio volere moralizzare il mondo degli affari nel senso della morale della vita privata.  

Secondo i classici, la mano invisibile del mercato, con la sua macchina automatica, conduce all’ordine naturale, Purtroppo la mano invisibile non è disgiunta dal privato. Diventa insostenibile la contraddizione della neutralità etica verso la scienza economica, quando accresce la disoccupazione, aumenta l’ineguaglianza, fa impennare la corruzione, determina un elevato inquinamento. A questo ultimo riguardo, avvertiamo il saccheggio delle ricchezze naturali e registriamo numerosi scarichi inquinanti.

Stiamo dimenticando le regole del gioco naturale. Un pesce nell’acqua non vale niente e neanche un albero nel bosco altrettanto; il pesce al mercato acquista un valore e il legno venduto assume un prezzo; tutto è riferito all’intento mercantile e al denaro. Quanto detto, rientra nell’economia reale, ma oggi il mondo è cambiato perché l’uomo ha riconvertito la finanza, da elemento ancillare a elemento principale, cioè un vero sacrilegio poiché una componente fatta di carte ed estremamente secondario si erge ad un punto elevato. Il danno è immenso è invasivo in tutti gli strati dell’economia, Sostenere un parallelo fra scienza economica e morale, oggi diventa impossibile, senza modificare le regole.

Bisogna tener conto che la crescita non può andare avanti all’infinito. Ci sarà un punto di saturazione. Quindi meglio assestare l’economia senza pretese. Adesso si parla di intelligenza artificiale e questo potrebbe essere il mezzo per fermare l’impennata. Non siamo immortali, come preteso nel racconto di Trimalchione (grottesco protagonista di Satyricon dello scrittore latino Petronio), il quale durante un banchetto si vanta di aver visto la Sibilla Cumana, la famosa profetessa di Apollo che, avendo domandato al Dio il dono dell’immortalità, si era però dimenticata quello dell’eterna giovinezza. In tal modo continuava a invecchiare, tanto da essere ridotta a una larva decrepita, bersaglio dei ragazzi. Il dono di Apollo si era alla fine rivelato un tormento definitivo, al punto di far invocare la morte all’interessata.

Non è il caso di tentare la deflazione buona. Gli economisti tradizionali utilizzano inflazione e deflazione come indicatori per la stabilità monetaria, invece la spesa nominale potrebbe essere vincente ossia utilizzare la regola di produttività in virtù della quale i prezzi salgono o scendono. Se la produttività cresce del 10% annuo e comporta una deflazione del 10%; questo risultato non è negativo ma si parla di deflazione buona, secondo Selgin (non Keynesiano). Purtroppo l’interesse della comunità scientifica nei confronti della regola della produttività scema del tutto all’indomani della rivoluzione keynesiana che punta i riflettori sul raggiungimento del pieno impiego, relegando in secondo piano le politiche orientate alla gestione del livello dei prezzi.

Tornando al nostro percorso di giustizia economica, sin dall’origine del capitalismo, il popolo ha cercato di neutralizzare gli effetti negativi della macchina economica, l’ingiustizia, l’ineguaglianza, pur conservandone il cuore della disciplina. Il fallimento dei ripetuti tentativi riformisti di umanizzare l’economia con metodi pacifici non ha scoraggiato i creatori di sistemi. Oggi assistiamo al progetto ambizioso di costruire un’economia pluralistica, con una riflessione profonda sull’ambiente. La globalizzazione fa risuonare un motivo ben noto, quello del capitalismo selvaggio del XIX secolo, che sta producendo l’oscuro efficientismo senza scrupoli.

In verità col secolo tremila, l’attività lavorativa si è spostata dal regime industriale ferreo al lavoro informatico, in cui si sono perse le valutazioni marxiste dell’alienazione; purtroppo lentamente la globalizzazione ci ha regalato un efficientismo disumano per poter accrescere i profitti degli imprenditori. L’evoluzione socio-economica può far guadagnare un innegabile benessere materiale e morale, in cambio di una maggiore dipendenza psicologica, con il rischio di una perdita di identità: spesso non si conoscono i vertici dell’azienda a seguito di vendite incrociate su diversi Stati e ancora il cittadino non trova il gestore (telefono o altro), perché il rapporto è astratto in quanto l’incontro avviene con una voce senza forza contrattuale, che riporta le notizie. Infine il paternalismo traspare nei nuovi metodi di gestione delle risorse umane come il management partecipativo (vari gruppi), il marketing sociale e l’appello alla cultura d’impresa, unitamente ai valori condivisi ormai diffusi.

L’America latina e l’Africa rientrano in un fossato, nonostante i discorsi e le promesse dell’ONG caritatevole e la Banca mondiale.  Le parole contro la povertà cozzano con le pratiche arroganti degli esperti. Di quale economia parliamo? Sembra un liberalismo ideologico che nulla esprime di fatto per il salto sociale del terzo mondo, sul quale restano le incognite. Appare chiaro che le Holding utilizzano il fenomeno della globalizzazione per aumentare i profitti e i dislivelli nazionali, in barba alla giustizia economica. 

Se l’economia sopprime nel suo ambito l’etica in quanto problema morale soggettiva, essa non manca di far emergere un imperativo categorico più esigente per le società umane, quello della crescita e dello sviluppo. Così si lavora molto per consumare e investire, ricamando sull’essere una vita totalmente sterile. Rifiutato questo modello, il secondo dopoguerra ci regala l’età della crescita economica e dello sviluppo, ma il culto dello sviluppo si dissolve con l’avvento della globalizzazione.

La filosofia odierna va verso l’accumulazione e il consumo deve andare sempre avanti per alimentare la macchina, al punto che questi mezzi sono considerati esclusivi della vita e del bene. Gli obiettivi di felicità e benessere si confondono con la crescita della produzione e del consumo: l’etica stessa incorporandosi e oggettivizzandosi nell’economia finisce per degradarsi. Il gigantesco inquinamento, il degrado dell’ambiente e persino le spese militari diventano funzionali perché stimolano l’attività economica, favoriscono le esportazioni e riequilibrano la bilancia dei pagamenti.

La pregnanza dell’efficienza rispetto alla giustizia si ritrova nel premio Nobel di economia, Amartya Sen, il quale avverte che chiunque cerchi di promuovere l’eguaglianza deve tener conto degli effetti negativi sulla crescita.  Poiché i ricchi risparmiano più dei poveri e ne risulta un maggiore investimento che a sua volta crea ricchezza per tutti. Aggiunge che l’aumento della prosperità permette di accettare obblighi sociali che non era possibile permettersi in precedenza per ragioni finanziarie. Sulla scia, l’altro premio Nobel di economia, Arthur Lewis, sostiene che l’ineguaglianza favorisce la crescita economica. Appare visibile che l’economia non riconosce la giustizia.

Val la pena ricordare che a differenza di costoro, Max Weber, sosteneva che il decollo dell’economia occidentale risulta dalla generalizzazione di un’etica, quella del lavoro e dello spirito imprenditoriale, fatta di scrupolosa onestà, rettitudine, rinuncia ai piaceri e spirito del risparmio. L’accumulazione capitalistica sarebbe la testimonianza pratica dell’accrescimento dei meriti e la benedizione divina. Purtroppo il nuovo capitalismo, all’insegna dell’efficientismo selvaggio e alla caduta dell’etica, ha ripudiato il puritanesimo iniziale. Siamo giunti alla trasgressione codificata voluta da un martellamento pubblicitario indecente, che è un modello di liberazione che porta all’alienazione.

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