«Più qualità e altri mercati»


Nel braccio di ferro dei dazi vince chi tesse la tela della qualità e dell’innovazione. I vertici pugliesi di Confindustria non hanno dubbi: il made in Italy è un unicum al mondo e per questo la risposta alla decisione di Trump non sono i contro-dazi (che è la strada intrapresa dalla Cina) ma l’eccellenza di merci e prodotti, nonché l’esplorazione di nuovi mercati. Intanto, le borse vanno a picco e Milano ieri è stata la peggiore (-6,5%). La premier Giorgia Meloni, dal canto suo, predica calma: «L’impatto dei dazi è affrontabile, panico e allarmismo possono causare danni maggiori». Ma a guardare i dati dell’interscambio commerciale con gli Usa anche la Puglia rischia di pagare dazio.

I dati sull’export pugliese

Secondo i dati di Aforisma, i beni più colpiti, tra quelli destinati all’export Oltreoceano, sono i macchinari e gli apparecchi per un valore esportato nel 2024 pari a 349,3 milioni, poi i mezzi di trasporto come auto e autocarri (182 milioni) e quindi i generi alimentari e i vini pugliesi (per un valore di 152,3 milioni), infine gli altri prodotti manifatturieri (113,7 milioni). La Puglia quindi esporta beni verso gli Stati Uniti per un valore complessivo annuo di 928,7 milioni di euro e ne importa per un valore totale di 732,9 milioni. C’è dunque un saldo positivo per 195,8 milioni. «Ci sarà ora un pesante effetto a catena lungo le filiere – spiega Davide Stasi, responsabile studi dell’Osservatorio economico Aforisma e cultore della materia in Economia Politica all’Unisalento – Le aziende che vedranno ridursi le proprie vendite negli Stati Uniti taglieranno anche gli acquisti dei beni interni dai propri fornitori. Si teme, dunque, un effetto a catena. Una spirale dalla quale potrebbe risultare difficile uscirne: l’aumento dei costi a causa dei dazi verrà trasferito, in gran parte, sulle imprese acquirenti, nei settori a valle lungo le filiere produttive. Queste imprese – aggiunge Stasi – possono reagire all’incremento dei costi in vari modi: trasferendo a loro volta i maggiori prezzi ai propri clienti, tagliando i margini e diminuendo la produzione. Maggiori prezzi e minori margini, a loro volta, abbassano la competitività estera delle imprese stesse, penalizzando le esportazioni. L’aumento dei prezzi si trasferisce sull’inflazione, riducendo il potere d’acquisto e rallentando i consumi», mette in guardia Stasi.

Le voci di Confindustria

Gli industriali pugliesi intanto fanno quadrato: «Serve il dialogo e una risposta unica e forte dell’Europa». Sergio Fontana, presidente di Confindustria Bari-Bat e Puglia, tira dritto: «Sono contrario a tutte le guerra, incluse quelle economiche o commerciali. Non credo nei dazi e nei contro-dazi. Se incentiviamo questo tipo di conflitto avviato dagli Usa sulle merci, e noi rispondiamo colpendo anche i servizi digitali, come quelli offerti da Google o Amazon, non ne usciamo più. Così facendo rischiamo di entrare in una spirale terribile. Serve invece una risposta diplomatica, però questa valutazione non può essere fatta solo a livello nazionale. Sono assolutamente contrario a risposte isolate da parte dell’Italia, della Francia o della Germania. Serve un’azione condivisa a livello europeo. Servono gli Stati Uniti d’Europa», dice Fontana. In ballo c’è anche un pezzo di futuro della Puglia: «Ci sono azioni che possiamo intraprendere da subito. Dobbiamo puntare sulla qualità. L’unico modo per noi pugliesi – aggiunge Fontana – per restare competitivi è proporre un prodotto così valido e interessante da essere scelto anche se sottoposto a dazi. Un prodotto che il consumatore preferisce comunque, perché riconosce il valore dell’eccellenza. In parallelo, dobbiamo guardare a nuovi mercati. In ogni crisi, l’imprenditore cerca opportunità. Questa situazione può spingerci ad accelerare l’apertura verso nuovi sbocchi commerciali, pur con tutte le difficoltà. Ci sono altri settori in cui possiamo crescere, rivolgendoci magari ai Paesi emergenti, ma l’internazionalizzazione deve proseguire, perché è ciò che ci ha portato l’Italia ad essere la quarta potenza mondiale nell’export. Dobbiamo continuare a guardare verso Est, verso mercati come il Vietnam, la Corea del Sud, il Giappone e anche la Cina. Ora dobbiamo resistere e puntare sulla strada della qualità e dell’internazionalizzazione, esplorando nuovi mercati e affrontando la crisi con spirito costruttivo», conclude Fontana. Gli fa eco Gabriele Menotti Lippolis, presidente di Confindustria Brindisi. «L’Europa deve dare una risposta unitaria, ma per le imprese pugliesi ora la priorità è incentivare il mercato, in particolare quello internazionale ma soprattutto europeo, evitando quello statunitense, almeno finché permangono i dazi. È fondamentale cercare nuovi mercati, non quelli colpiti dalle attuali restrizioni. Questo – sostiene Lippolis – è anche un momento utile per capire se esistono opportunità all’interno dell’Europa o in altri Paesi. Abbiamo poi davanti a noi un’occasione importante, come quella della Zes Unica, che consente di continuare a investire godendo di vantaggi sia burocratici e amministrativi, sia fiscali, come il credito d’imposta».

Per Pasquale Nicolì, presidente di Confindustria Lecce, «l’Italia deve seguire la via del dialogo, evitando reazioni scomposte: il livello di negoziazione deve essere quello europeo». «I contro-dazi non farebbero altro che aggravare la situazione, anche perché i dazi non colpiscono solo l’Europa: hanno ricadute anche sugli stessi Usa, come dimostrano le prime reazioni dei mercati finanziari. Le imprese salentine e pugliesi – spiega Nicolì – non devono rinunciare ai processi di innovazione. Abbandonare progetti in corso o rinunciare ad avviarne di nuovi rappresenterebbe un grave errore». Anche per Salvatore Toma, presidente di Confindustria Taranto, «è necessario guardare alla diversificazione dei mercati internazionali». «Lo stiamo già facendo, sia a livello nazionale che territoriale. Oltre al Piano Mattei per l’Africa, stiamo lavorando al rafforzamento dei rapporti con il Mercosur, che comprende Brasile, Venezuela e Argentina, e stiamo sviluppando relazioni con i Paesi arabi. Di certo – afferma – non siamo tranquilli, e non potremmo esserlo, vista la situazione».





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